lunedì 28 settembre 2015

Beatles ultimo atto: Abbey Road


Qualche giorno fa si è celebrato l'anniversario di un importante disco dei Beatles (il mio preferito) da molti ritenuto pietra miliare del pop mondiale (“Rolling Stone” l'ha inserito al 14º posto della sua lista "Top 500 album"). “Abbey Road” è un lavoro dalle caratteristiche molto particolari, dai suoni all'arrangiamento, dalle litigate isteriche dei quattro alle riappacificazioni estatiche, dalle orchestrazioni degli archi al primo uso del Moog, fino alle apparizioni quasi solitarie di Paul John George e Ringo in sala d'incisione, che già ai ferri corti sceglievano e concordavano le parti cantate in momenti diversi della giornata pur di incontrarsi il meno possibile. Mentre Paul era in America George in India John a giocare con Yoko alla scoperta dei “nuovi orizzonti” (dell'eroina)....e Ringo a spasso per la City, in studio c'era un vero e proprio esercito di musicisti pronti a curare suoni sapori e dettagli perché tutto riuscisse perfetto. Molti pensano a “Let It Be” (8 maggio 1970) come ultimo disco dei Beatles, ma il vero ultimo album è stato proprio “Abbey Road”, anche se pubblicato il 26 settembre 1969. Quindi in che senso ultimo? Perché è stato pensato concepito e suonato realmente in sequenza, mentre “Let It Be” è quasi una compilation di brani registrati molti mesi prima e poi riarrangiati e assemblati.
Fra le altre singolarità c'è l'invenzione del “medley” (lato B) un incastro di colori in una lunghissima sequenza in crescendo, un'invenzione poi ripresa da tutti gli altri gruppi successivi sia pop che progressive (soprattutto) con le loro famose “suite”.

Ricorderete tutti il “Rooftop Concert” del 30 gennaio 1969, dove i Beatles suonarono l'ultimo live sul tetto della casa discografica, erano già pronti allo scioglimento ufficiale ma rimandarono tutto alla riunione del 3 febbraio negli uffici della Apple. Iniziava la vera fine della loro storia, Lennon Harrison e Starr che volevano risanare i conti disastrati con Allen Klein come manager (già degli Stones) e McCartney che invece voleva lo studio legale Eastman. Dopo una intera notte passata a litigare uscirono in tre lasciando Paul da solo che era già mattina e puntualmente, non decisero nulla.
Quella notte fu solo la punta dell'iceberg che Lennon definì "morte lenta", iniziata già con la scomparsa di Brian Epstein (il loro manager) nel 67.
Trascorsi un paio di mesi di calma apparente, ma sufficiente a farli ritrovare di nuovo al lavoro
Paul li chiamò convincendoli a lavorare almeno per finire una facciata entro l'estate (prima che John partisse con Yoko per i viaggi pacifisti) tanto era sempre lui quello più testardo ed impegnato, come fece in quell'intera settimana passata a provare solo l'intonazione vocale di "Oh! Darling". Non a caso quel pezzo è stato poi giudicato come la miglior interpretazione vocale di McCartney di tutti i tempi.
Ma dobbiamo ringraziare George Martin (il produttore) fu lui il domatore di quei felini capricciosi per tutto il tempo delle registrazioni. Il più distante (fisicamente) era Harrison il più assente (mentalmente) Lennon ed è solo grazie alla supervisione di Martin che si deve la buona riuscita del disco (e la tenuta del gruppo). L'estate arrivò e gli unici pezzi pronti erano "Oh! Darling", "Octopus's Garden" e "You Never Give Me Your Money", ballata ispirata proprio alla litigata del 3 febbraio. Intanto la EMI era letteralmente assediata dai fan che non capivano perché i pezzi del “Rooftop Concert” non fossero ancora in vendita, così per calmarli fecero uscire il singolo "The Ballad of John and Yoko".


Siamo a luglio e in una sola settimana incisero nell'ordine "Her Majesty", "Golden Slumbers", "Carry That Weight", "Here Comes the Sun" e "Maxwell's Silver Hammer". A fine mese arrivarono anche "Come Together", "The End", "Sun King", "Mean Mr. Mustard", "Polythene Pam", "She Came In Through the Bathroom Window" e ad agosto l'ultimo pezzo, "Because". Tutto fatto? Si, ma non avevano ne' un titolo ne' un'idea di copertina (che allora era molto importante). Buttarono giù dei titoli in un foglio ed erano quasi convinti che il migliore doveva essere "Everest", sia simbolicamente come apice di carriera, che simpaticamente dedicato al loro fonico di sala che fumava sigarette solo di marca Everest...ma c'era un problema, andare a farsi fotografare in Tibet! Capirono al volo che non era una cosa molto conveniente e così arrivò Ringo che disse ridendo "ma siamo in Abbey Road, chiamiamolo Abbey Road!".


E fu così che si ritrovarono ad attraversare le famose strisce pedonali davanti agli studi per la più celebre e “misteriosa” copertina del gruppo, dove tutti i dietrologi di allora si tuffarono (ancora oggi) per le strane coincidenze della scena fino all'improbabile leggenda della morte di Paul McCartney.
Altri accostano quell' 8 agosto alla strage di Bel Air e la morte dell'attrice Sharon Tate uccisa dalla setta di Charles Manson. Lui stesso ci inzuppò il pane, “ammettendo” di essersi ispirato alla canzone "Helter Skelter" (del "White Album").


25 settembre : John cominciava anche lui la sua di morte lenta, annunciando e cantando la dipendenza dall'eroina in "Cold Turkey", primo singolo da solista e il giorno dopo usciva "Abbey Road" la vera data di morte dei Beatles. La cosa che fa più rabbia è che in quel periodo avevano raggiunto un tale livello di perfezione tecnica e compositiva che non aveva eguali in nessun altro lavoro precedente e che, non ostante le discussioni e traversìe del gruppo, è stato e resterà per sempre l'album più evoluto e perfetto che i Beatles abbiano mai prodotto.